domenica 19 febbraio 2012

Rousseau

dal Contratto sociale (1762).

R. vuole ricercare se nell’ordine civile vi possa essere qualche regola di governo legittima e sicura, in cui giustizia e utilità siano conciliate.

Egli nota che l’uomo è nato libero ma dappertutto è in catene. Se vi sono degli schiavi per natura è perché vi sono stati degli schiavi contro natura. La forza ha fatto i primi schiavi, la loro viltà li ha perpetuati.

Il più forte non lo è mai abbastanza per essere sempre padrone, se non trasforma la sua forza in diritto e l’obbedienza in dovere.

Ma dal diritto del più forte non può risultare nessuna moralità: se bisogna obbedire per forza non si ha bisogno di farlo per dovere.

Poiché nessun uomo ha un’autorità naturale sul suo simile, e poiché la forza non produce alcun diritto, le convenzioni rimangono alla base di ogni autorità legittima fra gli uomini.

Una convenzione come quella che pone da una parte un’autorità assoluta e dall’altra un’obbedienza senza confini è contraddittoria [anti-Hobbes]. La rinuncia alla propria libertà è incompatibile con la natura umana.

Prima di parlare della forma di governo, R. spiega come si forma un popolo.

R. parla di “ostacoli” che hanno impedito il mantenimento degli uomini nello stato di natura. Il genere umano ha dovuto dunque mutare maniera di essere per potersi conservare. E lo fece unendo la propria forza e la propria libertà, dirigendole verso una forma di associazione che difendesse e proteggesse la persona e i beni di ogni associato, nella quale ciascuno, unendosi a tutti, non obbedisce tuttavia che a se stesso e resta libero come prima.

Questo contratto è sintetizzato in una clausola: alienazione di ogni associato con tutti i suoi diritti a tutta la comunità. Dandosi a tutti non si dà a nessuno, in questa associazione si guadagna l’equivalente di ciò che si perde e maggior forza nel conservare ciò che si ha.

Essenza del patto sociale: ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere, sotto la suprema direzione della Volontà generale.

Questa riunione produce un corpo morale e collettivo composto di tanti membri quanti voti ha l’assemblea. In altri tempi prendeva il nome di città, ora di repubblica (o corpo politico).

Affinché il patto sociale non sia una formula vana, è sottinteso che chiunque si rifiuterà di obbedire alla volontà generale vi sarà costretto da tutto il corpo politico.

Il passaggio dallo stato di natura allo stato civile produce nell’uomo un cambiamento importante: alla sua condotta conferisce una moralità che mancava in precedenza; la giustizia si sostituisce all’istinto; la voce del dovere subentra al diritto all’appetito; l’uomo si vede costretto a consultare la sua ragione prima di ascoltare le sue tendenze.

L’uomo ha perso molti vantaggi che gli provengono dalla natura, ma ne ha acquistati altri (sviluppo di idee e di sentimenti più nobili); da animale stupido e limitato si fa essere intelligente e uomo.

Ciò che l’uomo perde con il contratto sociale è la sua libertà naturale e un diritto illimitato a tutto ciò che lo tenta e che egli può raggiungere. Ciò che guadagna è la libertà civile e la proprietà di tutto ciò che possiede.

La libertà naturale ha limite nelle forze dell’individuo.

La libertà civile è limitata dalla volontà generale.

Il possesso è l’effetto della forza o il diritto del primo occupante.

La proprietà è fondata su un diritto positivo.

Lo stato civile ha dato la libertà morale – perché l’impulso del solo appetito è schiavitù, mentre l’obbedienza alla legge che ci è prescritta, è libertà.

Fondamento di tutto il sistema sociale: invece di distruggere l’uguaglianza naturale, al contrario il patto sostituisce un’uguaglianza morale e legale a ciò che la natura aveva potuto mettere di ineguaglianza fisica tra gli uomini.

Il fine della volontà generale è il bene comune (essa è inalienabile e indivisibile).

Limiti del potere sovrano: il sovrano non può gravare i sudditi di nessuna catena che non sia utile alla comunità. La volontà generale, per essere veramente tale, deve esserlo nel suo oggetto come nella sua essenza. Ogni atto di sovranità, ogni atto autentico della volontà generale, obbliga o favorisce ugualmente tutti i cittadini.

[R. ammette l’esilio o la pena di morte per chi viola il patto]

Gli atti della volontà generale sono le leggi. Repubblica è ogni Stato retto da leggi in cui domina l’interesse pubblico. Ogni governo legittimo è repubblicano. Le leggi sono le condizioni del civile associarsi. Il legislatore è colui che guida la volontà generale e redige le leggi, ma il potere legislativo è della volontà generale, del popolo, che approva le leggi mediante liberi suffragi.

Il fine di ogni sistema di legislazione si riconduce a due oggetti principali: libertà e uguaglianza.

Attenzione sul concetto di uguaglianza: R. non intende che i gradi di potenza e di ricchezza debbano essere uguali, ma che la potenza sia al di sotto della violenza, mentre per la ricchezza che nessun cittadino sia abbastanza ricco per poterne comperare un altro e nessuno sia abbastanza povero da essere costretto a vendersi.

Ultima questione importante: la religione nello Stato.

Hobbes ha ritenuto che lo spirito dominatore del cristianesimo era incompatibile col suo sistema. Rousseau afferma che mai uno Stato fu fondato senza che la religione ne fosse la base, inoltre che la religione cristiana è in fondo più nociva che utile alla forte costituzione dello Stato.

Dopo la predicazione di Gesù che separando il sistema teologico dal sistema politico all’interno dello Stato si è aperto un perpetuo conflitto che ha reso ogni buon governo impossibile tra gli Stati cristiani.

“Ma questa religione non avendo nessuna relazione particolare con il corpo politico lascia alle leggi la sola forza che esse trovano in se stesse senza aggiungerne nessun’altra, e con ciò uno dei grandi legami della società particolare rimane senza effetto. Di più: lungi dall’attaccare i cuori dei cittadini allo Stato, essa ne li distacca come da tutte le cose della terra: non conosco nulla di più contrario allo spirito sociale… Il cristianesimo è una religione tutta spirituale, occupata unicamente delle cose del cielo: la patria del cristiano non è di questo mondo… Egli fa il suo dovere, è vero… ma, purché non abbia nulla a rimproverarsi, poco gli importa che tutto vada bene o male quaggiù… L’essenziale è di andare in paradiso e la rassegnazione [per esempio,di fronte alle usurpazioni] non è che un mezzo di più per questo […] Il cristianesimo non predica che servitù e dipendenza, il suo spirito è troppo favorevole alla tirannide perché essa non ne approfitti sempre. I veri cristiani sono fatti per essere schiavi.”

Interesse dello Stato è che ci sia una religione che faccia amare al cittadino i suoi doveri: “… una professione di fede puramente civile, della quale spetta al sovrano fissare gli articoli, non precisamente come dogmi di religione, ma come sentimenti di socievolezza, senza dei quali è impossibile essere buon cittadino o suddito fedele… I dogmi della religione civile debbono essere semplici, pochi… : l’esistenza della divinità potente, intelligente, benefica, previdente e provvidente, la vita avvenire, le felicità dei giusti, il castigo dei cattivi, la santità del contratto sociale e delle leggi, ecco i dogmi positivi. Quanto ai dogmi negativi, io mi limito a uno solo: è l’intolleranza […] Non vi può essere una religione nazionale esclusiva, si devono tollerare tutte quelle che tollerano le altre, sino a che i loro dogmi non hanno nulla di contrario ai doveri dei cittadini. Ma chiunque osa dire: fuori della Chiesa non vi è salvezza, deve essere cacciato dallo Stato, a meno che lo Stato non sia la Chiesa, e il principe non sia il pontefice.”[1]



[1] A cura di Giovanni Ambrosetti, Editrice La Scuola, Brescia 1962.

Rousseau

dal Discorso sulle origini e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini (1755).

Occorre partire dallo studio dell’uomo originario; anche se è difficile discernere ciò che vi è di originario da ciò che vi è di artificiale nella natura dell’uomo.

Tutti i filosofi cercano di risalire fino allo stato di natura, ma nessuno c’è arrivato… tutti parlano continuamente di bisogno, avidità, oppressione, desiderio, trasportando nello stato di natura delle idee che avevano prese dalla società civile.

Hobbes pensa che l’uomo sia naturalmente coraggioso e non desideri altro che attaccar briga… altri pensano che non ci sia niente di più timido dell’uomo nello stato di natura [Montesquieu].

L’uomo selvaggio vive sempre in pericolo; la sopravvivenza è la sua unica cura. Dal confronto con gli animali capisce che può superare la loro forza con l’astuzia. Vede che a differenza degli animali esso non agisce per istinto, ma per un atto di libertà.

Un’altra qualità dell’uomo è la facoltà di perfezionarsi: questa qualità distintiva è la sorgente di tutte le sventure dell’uomo; poiché è essa che lo fa uscire da quella condizione naturale nella quale passerebbe giorni tranquilli e felici; ed è essa che di secolo in secolo, facendo sviluppare l’intelligenza e gli errori, vizi e virtù, lo rende tiranno a se stesso.

L’uomo selvaggio, privo di conoscenze, non conosce altre passioni che i propri bisogni fisici: il nutrimento, una femmina, il riposo.

Alcuni dicono che questo stato di natura sarebbe miserabile. [Rousseau si chiede]: Ma la vita civile o quella naturale è più soggetta a divenire insopportabile a coloro che ne godono?

Hobbes ha fatto entrare nella cura dell’uomo selvaggio il bisogno di soddisfare una quantità di passioni che sono opera della società.

Due principi anteriori alla ragione appartengono all’uomo: quello di conservazione e la ripugnanza innata a vedere soffrire il proprio simile (pietà, compassione, che Hobbes non ha visto).

dall’unione di questi due principi derivano tutte le regole del diritto naturale.

La compassione, è un sentimento naturale che attenua l’egoismo e concorre alla mutua conservazione della specie. La pietà nello stato di natura tiene luogo di legge, costume, virtù. Non è necessario ricorrere al principio di socievolezza.

“… l’uomo selvaggio, errabondo nelle foreste, senza industria, senza favella, senza domicilio, senza guerra e senza amicizie, senza aver bisogno dei propri simili e senza aver alcun desiderio di nuocere loro, forse persino incapace di riconoscere individualmente qualcuno; soggetto a poche passioni e bastante a se stesso, non aveva che i sentimenti e i lumi propri a questo stato, non sentiva che i suoi veri bisogni, guardava soltanto ciò che credeva gli interessasse di vedere e la sua intelligenza non faceva più progressi della sua curiosità. se per caso faceva qualche scoperta, non poteva assolutamente comunicarla, visto che non conosceva neppure i suoi figli. L’arte periva con l’inventore. Non c’era né educazione né progresso, le generazioni si moltiplicavano inutilmente. E poiché ciascuno partiva sempre dallo stesso punto i secoli passavano mantenendo tutta la rozzezza delle prime età: la specie era già vecchia e l’uomo restava sempre fanciullo.

Mi sono esteso così a lungo nella rappresentazione ipotetica [n. b.] di questo stato primitivo…”

La disuguaglianza fra uomo e uomo nello stato di natura è quasi nulla, essa aumenta per opera della disuguaglianza derivata dalle istituzioni.

Come potrebbe esserci l’oppressione, il dominio nello stato di natura (un uomo, per esempio, di forza superiore alla mia, abbastanza depravato, pigro e feroce da costringermi a provvedere alla sua sussistenza mentre lui se ne resta in ozio, bisognerebbe che non mi perdesse di vista un solo istante, insomma sarebbe costretto ad esporsi a una fatica assai più grande di quella che vorrebbe evitare).

Le catene della servitù si sono formate soltanto per opera della mutua dipendenza degli uomini e dei bisogni reciproci che li uniscono.

La legge del più forte è vana nello stato di natura. Per l’asservimento occorre che l’uomo sia messo nella condizione di non poter fare a meno di un altro.

Rendendosi socievole l’essere umano si è reso cattivo.

[Rousseau mostra successivamente i diversi casi che hanno perfezionato la ragione umana, peggiorando la specie].

Il primo che ha recintato un terreno, dicendo “questo è mio” e ha trovato delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, miserie ed

errori avrebbe risparmiato al genere umano chi avesse detto ai suoi simili: “guardatevi da questo impostore; se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!” Ma l’idea di proprietà non nacque improvvisamente nello spirito umano, furono necessari molti progressi prima di arrivare a quest’ultimo confine dello stato di natura.

L’esperienza ha insegnato all’uomo che l’amore del benessere è il solo movente della azioni umane; e che occasionalmente, per un interesse comune, poteva contare sull’aiuto dei suoi simili.

La prima rivoluzione si ha con l’istituzione della famiglia; nacque l’abitudine a vivere insieme (marito e moglie, padre e figli). Diverse famiglie poi si legano tra loro.

Fonte di tutti i mali è proprio la vita in comune: il primo passo verso la disuguaglianza e verso il vizio. Dal confronto reciproco nacquero la vanità, il disprezzo, la vergogna e l’invidia. Nasce l’idea di stima: ognuno pretese di avervi diritto; ogni minimo torto divenne un oltraggio. E così ognuno puniva il disprezzo in base alla stima che aveva di sé con vendette crudeli.

Questo è lo stadio in cui sono i popoli selvaggi a noi noti.

Si pensa che l’uomo dello stato di natura sia in questa fase e ci sia bisogno del potere statale per addolcirlo. Invece l’uomo dello stato di natura è a uguale distanza fra la stupidità dei bruti e l’intelligenza funesta dell’uomo civile.

Gli uomini vissero in uno stato felice, liberi e sani finché vissero indipendenti. Dal momento in cui che un uomo ebbe bisogno dell’aiuto di un altro, dal momento che era utile ad uno solo di avere provviste per due – da questo momento l’uguaglianza disparve: si introdusse la proprietà, e il lavoro divenne necessario.

… le foreste divennero campagne che bisognò innaffiare col sudore degli uomini e nelle quali si videro germogliare e crescere insieme alle messi la schiavitù e la miseria.

L’idea di proprietà, dunque, deriva dalla coltivazione delle terre e nasce dall’idea di lavoro. E’ soltanto il lavoro che dà il diritto al coltivatore sul prodotto della terra [come in Locke].

Così la disuguaglianza naturale diventa più sensibile e le differenze tra gli uomini diventano permanenti, e cominciano a influire sulla sorte degli individui. A questo punto tutte le qualità umane sono messe in azione e la sorte di ogni uomo è stabilità non solo sulla quantità di ricchezze ed il potere di servire o di nuocere ma anche sull’intelligenza, la bellezza, la forza o l’astuzia, sul merito o sulle capacità. E poiché queste qualità sono le sole che possono destare la stima , ben presto fu necessario o averle o simularle. Essere e apparire divennero due cose affatto diverse.

L’uomo, da libero e indipendente che era prima, eccolo a causa di una quantità di nuovi bisogni non può fare a meno dei suoi simili, di cui in un certo senso diventa schiavo… il che lo rende imbroglione e artificioso con gli uni, imperioso e duro con gli altri.

“E infine l’ambizione divorante, l’intenso desiderio di elevare la propria condizione (non tanto per un vero bisogno quanto per mettersi al di sopra degli altri), ispira a tutti gli uomini una trista inclinazione a nuocersi a vicenda, una segreta gelosia tanto più dannosa in quanto, per agire con più sicurezza, si mette la maschera della benevolenza – insomma, concorrenza e rivalità da una parte, dall’altra opposizione di interessi, e sempre il desiderio nascosto di fare il proprio vantaggio a danno degli altri: tutti questi mali sono il primo effetto della proprietà e l’inseparabile accompagnamento della nascente disuguaglianza”.

Dalla nascente disuguaglianza cominciò a nascere la dominazione e la servitù, oppure la violenza e le rapine. Le usurpazioni dei ricchi e il brigantaggio dei poveri, soffocarono la pietà naturale – e le passioni sfrenate resero gli uomini avari, ambiziosi, cattivi.

Fra il diritto del più forte e il diritto del primo occupante, sorse un conflitto perpetuo che finiva soltanto con combattimenti e uccisioni.

La società nascente è già uno stato di guerra.

La guerra fu sentita svantaggiosa soprattutto dai ricchi, perché sentivano minacciati i loro possessi (per loro natura abusivi e precari). Il ricco, spinto dalla necessità, alla fine ideò il progetto più meditato di quanti siano stati nell’intelletto umano; invento delle ragioni per trasformare i suoi avversari in suoi difensori: fece vedere l’orrore di una situazione in cui tutti sono armati contro tutti e in cui nessuno trova la sicurezza. Uniamoci, disse, per garantire i deboli dalla oppressione, per contenere gli ambiziosi e per assicurare ad ognuno il possesso di ciò che gli appartiene; istituiamo dei regolamenti di giustizia a cui tutti siano obbligati ad uniformarsi.

Questa dovette essere l’origine della società e delle leggi che diedero nuove pastoie al debole e nuova forza al ricco.

Tutti corsero incontro alle catene credendo di assicurarsi la libertà.

Esse distrussero la libertà naturale e stabilirono per sempre la legge della proprietà e della disuguaglianza – e di un’abile usurpazione fecero un diritto irrevocabile.

“… a mano a mano che l’uomo originario sparisce, la società non offre più agli occhi del saggio che lo spettacolo di una riunione di uomini artificiali e di passioni fittizie che sono opera di queste nuove relazioni e non hanno alcun vero fondamento nella natura […] la disuguaglianza, la quale è quasi nulla nello stato di natura, trae forza ed incremento dallo sviluppo delle nostre facoltà e dai progressi dello spirito umano e diviene alla fine stabile e legittima ad opera dell’istituzione della proprietà e delle leggi.”[1]



[1] A cura di Giulio Preti, Universale Economica, Milano 1949.

sabato 18 febbraio 2012

Manifesto degli Eguali

Il Manifesto degli Eguali

POPOLO DI FRANCIA

Per quindici secoli tu hai vissuto schiavo e perciò infelice. Da sei anni tu respiri a fatica nell'attesa dell'indipendenza, della felicità e dell' eguaglianza.

L'EGUAGLIANZA! primo voto della natura, primo bisogno dell'uomo, e principale nodo di ogni associazione legittima! Popolo di Francia! tu non sei stato favorito più delle al­tre nazioni che vegetano su questo globo sventurato! Sempre e dovunque la povera specie umana, abbandonata ad antropofagi più o meno astuti, servì di zimbello a tutte le ambizioni, di pastura a tutte le tirannidi. Sempre e dovunque si cullarono gli uomini con belle parole: mai e in nessun luogo con la parola essi hanno ottenuto la cosa. Da tempo immemorabile ci sentiamo ipocritamente ri­petere: gli uomini sono uguali; e da tempo immemorabile la più avvilente, la più mo­struosa ineguaglianza pesa insolentemente sul genere umano.

Da quando esistono società civili, il più bel­l'appannaggio dell'uomo è riconosciuto sen­za opposizioni, ma non si è ancora potuto rea­lizzare una sola volta: l'eguaglianza non è mai stata altro che una bella e stèrile finzione della legge.

Oggi che è reclamata a più alta voce, ci si risponde: Tacete, miserabili! l'eguaglianza di fatto è soltanto una chimera; contentàtevi dell'e­guaglianza presuntiva: siete tutti eguali di fronte alla legge. Canaglia, che più ti occor­re? Legislatori, governanti, ricchi proprietari, ascoltate alla vostra volta.

Noi siamo tutti eguali, vero? Questo principio è incontestato, perché, a meno di essere presi da pazzi, non si potrebbe dire seriamente che è notte quando è giorno.

Ebbene! noi pretendiamo ormai di vivere e morire eguali come siamo nati: vogliamo l'e­guaglianza reale o la morte; ecco quel che ci occorre.

E l'avremo questa eguaglianza reale, non im­porta a qual prezzo. Guai a quelli che trovere­mo sulla nostra strada! Guai a chi volesse far resistenza a un voto così deciso!

La rivoluzione francese è soltanto il prodro­mo d'un'altra rivoluzione, molto più vasta, molto più solenne, e che sarà l'ultima.

Il popolo ha marciato sui corpi dei re e dei preti coalizzati contro di lui: succederà lo stesso ai nuovi tiranni, ai nuovi tartufi politici assisi al posto dei vecchi.

Che cosa ci serve oltre all'eguaglianza dei di­ritti?

Ci serve che quest'eguaglianza non sia sol­tanto scritta nella dichiarazione dei diritti del­l'uomo e del cittadino, la vogliamo in mezzo a noi, sotto il tetto delle nostre case. Per essa noi acconsentiamo a tutto, a far tabula rasa per conservare essa sola. Periscano, se neces­sario, tutte le arti, purché ci resti l'eguaglian­za reale!

Legislatori e governanti, che non avete più ingegno che buona fede, proprietari ricchi e spietati, invano vi sforzate di neutralizzare la nostra santa impresa dicendo: Essi non fanno altro che riproporre quella legge agraria ri­chiesta più d'una volta prima di loro. Calunniatori, tacete alla vostra volta, e ascol­tate, nel silenzio della confusione, le nostre pretese dettate dalla natura e basate sulla giu­stizia. La legge agraria o la distribuzione delle terre fu l'aspirazione momentanea di qualche soldato senza princìpi, di qualche popolazione mossa dall'istinto più che dalla ragione. Noi tendiamo a qualche cosa di più sublime e di più equo: il bene comune o la comunione dei beni! Non più proprietà privata delle terre, la terra non è di nessuno. Noi vogliamo, noi reclamiamo il godimento comune dei frutti della terra: i frutti sono di tutti.

Dichiariamo di non poter più sopportare che la stragrande maggioranza degli uomini lavo­ri e sudi al servizio e per il piacere dell'estre­ma minoranza. Già da troppo tempo, meno d'un milione d'individui dispongono di ciò che appartiene a più di venti milioni di loro simili, di loro eguali.

Si ponga termine, infine a questo enorme scandalo che i nostri nipoti non vorranno cre­dere! Sparite infine, abominevoli distinzioni di ricchi e poveri, di grandi e piccoli, di pa­droni e servi, di governanti e governati.

Non ci sia più fra gli uomini altra differenza che quella dell'età e del sesso. Poiché tutti hanno gli stessi bisogni e le stesse facoltà, non ci sia dunque per tutti che una sola edu­cazione, un solo nutrimento. Essi si contenta­no di un unico sole e di una stessa aria per tutti: perché non dovrebbe bastare a ciascuno di loro la stessa quantità e la stessa qualità di alimenti?

Ma già gridano contro di noi i nemici dell'ordine di cose più naturale che si possa imma­ginare.

Disorganizzatori e faziosi, ci dicono: Voi vo­lete solo massacri e bottino.

POPOLO DI FRANCIA,

Non perderemo tempo a rispondere a costoro, ma ti diremo: la santa impresa che organiz­ziamo non ha altro scopo che di porre un ter­mine ai dissensi civili e alla miseria pubblica. Mai più vasto disegno è stato concepito e messo in esecuzione. Di quando in quando, qualche uomo di genio, qualche sapiente ne ha parlato a voce bassa e tremante. Nessuno di loro ha avuto il coraggio di dire la verità tutta intera.

Il momento delle grandi risoluzioni è giunto.

Il male è al colmo; copre la faccia della terra.

Da troppi secoli vi regna il caos sotto il nome di politica. Che tutto rientri nell' ordine e ri­prenda il suo posto. Al richiamo dell'egua­glianza, si organizzino gli elementi della giu­stizia e della felicità. È venuto il momento di fondare la REPUBBLICA DEGLI EGUALI, il grande asilo aperto a tutti gli uomini. Sono giunti i giorni della restituzione generale. Famiglie gementi, venite a sedervi alla tavola comune eretta dalla natura per tutti i suoi figli.

POPOLO DI FRANCIA,

A te era dunque riservata la più pura di tutte le glorie! Sì, sei tu che devi offrire per primo al mondo questo commovente spettacolo. Antiche abitudini, pregiudizi inveterati, tente­ranno ancora di ostacolare la fondazione della repubblica degli Eguali. L'organizzazione dell'eguaglianza reale, l'unica che risponda a tutti i bisogni, senza far vittime, senza costare sacrifici, da principio forse non piacerà a tut­ti. L'egoista, l'ambizioso fremerà di rabbia. Quelli che possiedono ingiustamente gride­ranno all'ingiustizia. I godimenti esclusivi, i piaceri solitari, le comodità personali, causeranno vivi rimpianti a qualche individuo in­differente alle altrui pene. I fautori del potere assoluto, i vili sostegni dell' autorità arbitra­ria, piegheranno a stento le loro teste superbe sotto il livello dell' eguaglianza reale. La loro corta vista penetrerà difficilmente nel prossi­mo futuro della felicità comune; ma che pos­sono poche migliaia di malcontenti contro una massa d'uomini pienamente felici, e sor­presi d'aver cercato sì a lungo una felicità che avevano sotto mano?

Sin dall'indomani di questa autentica rivolu­zione, si diranno tutti stupiti: E che! la felicità comune costava tanto poco? Bastava soltanto volerla. Ah! perché non l'abbiamo voluta pri­ma? Era dunque necessario farcelo dire tante volte? Sì, senza dubbio; un sol uomo sulla terra che sia più ricco, più potente dei suoi si­mili, dei suoi eguali, e 1'equilibrio è rotto: il delitto e la sventura sono sulla terra.

POPOLO DI FRANCIA,

A qual segno devi ormai riconoscere la bontà di una costituzione? […] quella che poggia interamente sull'eguaglianza di fatto è la sola che possa convenirti e soddisfare le tue aspirazioni. Le carte aristocratiche del 1791 e del 1795 ri­badivano le tue catene invece di spezzarle. Quella del 1793 era un grande passo di fatto verso l'eguaglianza reale, non le si era mai andati tanto vicino; ma non raggiungeva an­cora lo scopo e non raggiungeva affatto la fe­licità comune, della quale però consacrava solennemente il grande principio.

POPOLO DI FRANCIA,

Apri gli occhi e il cuore alla pienezza della felicità: riconosci e proclama con noi la REPUBBLICA DEGLI EGUALI.

(F. BUONARROTI, Cospirazione per l'egua­glianza detta di Babeuf, Einaudi, Torino 1971)